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LA STORIA

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La Storia

UNA STORIA TANTE CURIOSITA’

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La storia di Anghiari non è tanto diversa da quella di tanti comuni toscani, ma ripercorrerla può offrire l’opportunità di rivivere quel senso del passato, quel profumo di antico che emana dalle sue mura.

L’origine di insediamenti nella zona di Anghiari è sempre ricondotta all’epoca etrusca o, quasi sicuramente, a quella romana quando questo territorio era considerato un centro commerciale in grado di raccogliere i minerali dei Monti Rognosi ed i prodotti finiti di Fiesole, Arezzo e Cortona per convogliarli, poi, via Tevere, verso Roma.
Alcune recenti scoperte riconducono le radici della storia di Anghiari ad un tempo ancora più lontano, quello preistorico.

Anghiari è alle origini un castello di confine, eretto delle milizie bizantine a difesa del confine occidentale della valle, dopo che i Longobardi avevano occupato Arezzo. Probabilmente al tempo era soltanto una torre nella quale vivevano pochi uomini di guardia che di certo non poterono fermare le orde longobarde che occuparono e poi si attestarono ad Anghiari intorno alla metà del VII secolo.
Sull’origine del nome di Anghiari le tesi sono diverse: Lorenzo Taglieschi riporta varie opinioni, secondo le quali pare che il nome possa derivare da Angleria, un centro della Lombardia; altri sostengono che l’origine sia romana, cioè da “castrum angulare”, riferendosi alla forma angolare del suo castello. Altri ancora puntano piuttosto sull’aspetto geologico del luogo: Anghiari deriverebbe perciò da ghiaia (il paese è infatti costruito su un ammasso di ghiaia, conosciuto come breccia serrata) accumulata dal Tevere nei millenni.

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La storia di Anghiari non tanto diversa da quella di tanti comuni toscani, ma ripercorrerla può offrire l’opportunità di rivivere quel senso del passato, quel profumo di antico che emana dalle sue mura.

L’origine di insediamenti nella zona di Anghiari è sempre ricondotta all’epoca etrusca o, quasi sicuramente, a quella romana quando questo territorio era considerato un centro commerciale in grado di raccogliere i minerali dei Monti Rognosi ed i prodotti finiti di Fiesole, Arezzo e Cortona per convogliarli, poi, via Tevere, verso Roma.
Alcune recenti scoperte riconducono le radici della storia di Anghiari ad un tempo ancora più lontano, quello preistorico.

Anghiari è alle origini un castello di confine, eretto delle milizie bizantine a difesa del confine occidentale della valle, dopo che i Longobardi avevano occupato Arezzo. Probabilmente al tempo era soltanto una torre nella quale vivevano pochi uomini di guardia che di certo non poterono fermare le orde longobarde che occuparono e poi si attestarono ad Anghiari intorno alla metà del VII secolo.
Sull’origine del nome di Anghiari le tesi sono diverse: Lorenzo Taglieschi riporta varie opinioni, secondo le quali pare che il nome possa derivare da Angleria, un centro della Lombardia; altri sostengono che l’origine sia romana, cioè da “castrum angulare”, riferendosi alla forma angolare del suo castello. Altri ancora puntano piuttosto sull’aspetto geologico del luogo: Anghiari deriverebbe perciò da ghiaia (il paese è infatti costruito su un ammasso di ghiaia, conosciuto come breccia serrata) accumulata dal Tevere nei millenni.

Anghiari è nominato per la prima volta in una pergamena del 1048, conservata nell’archivio di Città di Castello, nella quale, fra gli altri beni donati dal vescovo Pietro alla canonica, si ricorda la “curie nostra de Anglare”.

La prima svolta decisiva nella storia di Anghiari è nel 1082 quando Alberigo di Ranieri di Galbino vende al fratello Bernardo i diritti sul castello. Pochi anni dopo, nel 1104, il figlio Bernardino redige un testamento con il quale libera i suoi servi e nomina i Camaldolesi eredi di tutti i suoi beni, alla condizione che questi costruiscano un monastero nella chiesa dove egli possa essere seppellito.
Il monastero, dedicato a San Bartolomeo, viene costruito, invece, ad Anghiari (forse perché era in una zona isolata, secondo il costume dei Camaldolesi) tra il Settembre del 1104 e la fine di marzo dell’anno successivo e da allora i Camaldolesi ne diventano gli unici proprietari.
Anghiari diviene il centro di richiamo delle popolazioni vicine, cresce rapidamente ed in poco tempo si distingue come il centro abitato più popoloso del territorio. Il borgo si amplia oltre la porta degli Auspici, verso il Borghetto, sorge un vivace mercato e si sviluppano molte e varie botteghe artigiane.

Anghiari è nominato per la prima volta in una pergamena del 1048, conservata nell’archivio di Città di Castello, nella quale, fra gli altri beni donati dal vescovo Pietro alla canonica, si ricorda la “curie nostra de Anglare”.

La prima svolta decisiva nella storia di Anghiari è nel 1082 quando Alberigo di Ranieri di Galbino vende al fratello Bernardo i diritti sul castello. Pochi anni dopo, nel 1104, il figlio Bernardino redige un testamento con il quale libera i suoi servi e nomina i Camaldolesi eredi di tutti i suoi beni, alla condizione che questi costruiscano un monastero nella chiesa dove egli possa essere seppellito.
Il monastero, dedicato a San Bartolomeo, viene costruito, invece, ad Anghiari (forse perché era in una zona isolata, secondo il costume dei Camaldolesi) tra il Settembre del 1104 e la fine di marzo dell’anno successivo e da allora i Camaldolesi ne diventano gli unici proprietari.
Anghiari diviene il centro di richiamo delle popolazioni vicine, cresce rapidamente ed in poco tempo si distingue come il centro abitato più popoloso del territorio. Il borgo si amplia oltre la porta degli Auspici, verso il Borghetto, sorge un vivace mercato e si sviluppano molte e varie botteghe artigiane.

E’ in quel periodo che il paese assume l’aspetto che conserva ancora oggi: in alto la massiccia mole del convento camaldolese, quello che si chiama ancora il Conventone, accanto all’antica Chiesa della Badia, e, tutt’intorno, le umili case dei servi e degli addetti del convento e via via le altre case vicine, sovrastate da un torrione di guardia, che oggi assolve ad uno scopo più pacifico: indicare l’ora esatta a chi si muove ad Anghiari.
Il comune, con il suo statuto, nasce nel 1075 ma conserva sempre un certo rapporto di dipendenza con la signoria feudale del priore.
Nell’ultimo quarto del XII secolo si intensifica il ruolo di Arezzo come città egemone nei confronti sui territori circostanti, fino all’alta valle del Tevere.
Nel quadro di quest’azione politica gli Aretini distruggono, nel 1175, il castello di Anghiari.

La successiva ricostruzione, avviata nel 1181, vede impegnati Aretini ed Anghiaresi in uno sforzo comune che si concretizza nell’edificazione di un nuovo cerchio di mura e nella concessione, anche da parte del priore, di molti lotti per abitazioni, al canone annuo di una candela (un evidente incentivo a costruire nel borgo).

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E’ in quel periodo che il paese assume l’aspetto che conserva ancora oggi: in alto la massiccia mole del convento camaldolese, quello che si chiama ancora il Conventone, accanto all’antica Chiesa della Badia, e, tutt’intorno, le umili case dei servi e degli addetti del convento e via via le altre case vicine, sovrastate da un torrione di guardia, che oggi assolve ad uno scopo più pacifico: indicare l’ora esatta a chi si muove ad Anghiari.
Il comune, con il suo statuto, nasce nel 1075 ma conserva sempre un certo rapporto di dipendenza con la signoria feudale del priore.
Nell’ultimo quarto del XII secolo si intensifica il ruolo di Arezzo come città egemone nei confronti sui territori circostanti, fino all’alta valle del Tevere.
Nel quadro di quest’azione politica gli Aretini distruggono, nel 1175, il castello di Anghiari.

La successiva ricostruzione, avviata nel 1181, vede impegnati Aretini ed Anghiaresi in uno sforzo comune che si concretizza nell’edificazione di un nuovo cerchio di mura e nella concessione, anche da parte del priore, di molti lotti per abitazioni, al canone annuo di una candela (un evidente incentivo a costruire nel borgo).

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ritratto_tarlati

Nel 1224 San Francesco, di ritorno dalla Verna, dove aveva ricevuto le sacre stigmate, fa visita a Montauto dove lascia un suo abito, che oggi si trova a Firenze. Il santo si ferma ad Anghiari a riposare per poche ore e in questo luogo pianta una croce. Il quartiere, che più tardi si svilupperà, conserva ancora oggi il nome di “Borgo della Croce”.
Pochi anni dopo, nel 1228, i comuni di Anghiari, Sansepolcro, Monterchi e Citerna, con il benestare dei conti di Galbino, proprietari del castello di Montedoglio, concorrono alla costruzione di un canale per convogliare le abbondanti acque piovane e del Tevere che invadevano e ristagnavano nella pianura.
Il canale bonifica la valle, che diviene così produttiva.
Nel 1259 i responsabili di Anghiari e Sansepolcro, con il consenso del conte di Montedoglio, decidono di cambiare il corso del Tevere. Il fiume, che scorreva vicino ad Anghiari e traversava la villa di S. Leo, viene deviato verso Sansepolcro, nella zona più bassa della valle. Gli Anghiaresi, per il beneficio fatto ai Borghesi, allargano i propri confini di circa due chilometri e mezzo.
Nel primo decennio del 1300 i Tarlati di Arezzo tentano più volte di conquistare Anghiari, riuscendo infine a realizzare il loro ambizioso progetto. Il vescovo Guido conquista i più importanti centri dell’alta valle del Tevere.

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Nel 1224 San Francesco, di ritorno dalla Verna, dove aveva ricevuto le sacre stigmate, fa visita a Montauto dove lascia un suo abito, che oggi si trova a Firenze. Il santo si ferma ad Anghiari a riposare per poche ore e in questo luogo pianta una croce. Il quartiere, che più tardi si svilupperà, conserva ancora oggi il nome di “Borgo della Croce”.
Pochi anni dopo, nel 1228, i comuni di Anghiari, Sansepolcro, Monterchi e Citerna, con il benestare dei conti di Galbino, proprietari del castello di Montedoglio, concorrono alla costruzione di un canale per convogliare le abbondanti acque piovane e del Tevere che invadevano e ristagnavano nella pianura.
Il canale bonifica la valle, che diviene così produttiva.
Nel 1259 i responsabili di Anghiari e Sansepolcro, con il consenso del conte di Montedoglio, decidono di cambiare il corso del Tevere. Il fiume, che scorreva vicino ad Anghiari e traversava la villa di S. Leo, viene deviato verso Sansepolcro, nella zona più bassa della valle. Gli Anghiaresi, per il beneficio fatto ai Borghesi, allargano i propri confini di circa due chilometri e mezzo.
Nel primo decennio del 1300 i Tarlati di Arezzo tentano più volte di conquistare Anghiari, riuscendo infine a realizzare il loro ambizioso progetto. Il vescovo Guido conquista i più importanti centri dell’alta valle del Tevere.

Con il fratello Pier Saccone fa ampliare la piazza del Mercatale e aggiungere la loggia con le fonti; fa scavare un pozzo profondissimo presso il convento di Sant’Agostino per dare acqua abbondante al castello.
Inoltre, espressione della provvisoria unità politico-territoriale raggiunta sotto i Tarlati, fa costruire lo stradone di collegamento con Sansepolcro.
Dopo un decennio di dominio perugino, che vede l’antico monastero trasformato in rocca ed un breve ritorno di Pier Saccone Tarlati, Anghiari passa definitivamente sotto la Repubblica Fiorentina nel 1385 e da allora vive all’ombra del potente padrone, nel bene e nel male, fino all’Unità d’Italia. Non c’è mercato, fiera, festa, edificazione di mura e porte, di strade e di piazze; non c’è decisione pubblica o privata che non sia presa senza ordine o consiglio della repubblica prima, della signoria e del granducato poi.
Il borgo ed il suo contado fanno comodo strategicamente, ma sono lontani dal cuore della repubblica, calpestati dagli eserciti nemici, costretti al pagamento di dure tasse, colpiti da carestie, pestilenze, terremoti ed alluvioni.
Il paese soffrì molto per questa sua posizione, per quel suo essere poco amato, spesso sfruttato e stretto in una morsa tra Arezzo e Sansepolcro.

Il centro agricolo non è molto importante e l’allevamento del bestiame non va oltre pecore, buoi, asini e maiali.
Agli inizi del XV secolo la vita degli Anghiaresi è ancora piuttosto modesta, solo alcune case, tanto dentro quanto fuori del castello, erano a due palchi e tutte coperte di paglia o felce. Non ci si recava in chiesa, se non nei giorni solenni e nessuno portava armi se non in tempo di guerra.

Anghiari è un paese di circa 1800 anime (che arrivano a quasi 3000, contando tutto il territorio), in cui si vive frugalmente; ma già nel novembre del 1339 la comunità ha un maestro di scuola, un medico e molte compagnie religiose attivissime.

Se Sansepolcro ha avuto il suo Piero della Francesca, Caprese il suo Michelangelo Buonarroti, Monterchi la dolce Madonna del Parto; ad Anghiari sono toccati in sorte un condottiero, Baldaccio Bruni, una Battaglia ed un annalista, Lorenzo Taglieschi.

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Con il fratello Pier Saccone fa ampliare la piazza del Mercatale e aggiungere la loggia con le fonti; fa scavare un pozzo profondissimo presso il convento di Sant’Agostino per dare acqua abbondante al castello.
Inoltre, espressione della provvisoria unità politico-territoriale raggiunta sotto i Tarlati, fa costruire lo stradone di collegamento con Sansepolcro.
Dopo un decennio di dominio perugino, che vede l’antico monastero trasformato in rocca ed un breve ritorno di Pier Saccone Tarlati, Anghiari passa definitivamente sotto la Repubblica Fiorentina nel 1385 e da allora vive all’ombra del potente padrone, nel bene e nel male, fino all’Unità d’Italia. Non c’è mercato, fiera, festa, edificazione di mura e porte, di strade e di piazze; non c’è decisione pubblica o privata che non sia presa senza ordine o consiglio della repubblica prima, della signoria e del granducato poi.
Il borgo ed il suo contado fanno comodo strategicamente, ma sono lontani dal cuore della repubblica, calpestati dagli eserciti nemici, costretti al pagamento di dure tasse, colpiti da carestie, pestilenze, terremoti ed alluvioni.
Il paese soffrì molto per questa sua posizione, per quel suo essere poco amato, spesso sfruttato e stretto in una morsa tra Arezzo e Sansepolcro.

Il centro agricolo non è molto importante e l’allevamento del bestiame non va oltre pecore, buoi, asini e maiali.
Agli inizi del XV secolo la vita degli Anghiaresi è ancora piuttosto modesta, solo alcune case, tanto dentro quanto fuori del castello, erano a due palchi e tutte coperte di paglia o felce. Non ci si recava in chiesa, se non nei giorni solenni e nessuno portava armi se non in tempo di guerra.

Anghiari è un paese di circa 1800 anime (che arrivano a quasi 3000, contando tutto il territorio), in cui si vive frugalmente; ma già nel novembre del 1339 la comunità ha un maestro di scuola, un medico e molte compagnie religiose attivissime.

Se Sansepolcro ha avuto il suo Piero della Francesca, Caprese il suo Michelangelo Buonarroti, Monterchi la dolce Madonna del Parto; ad Anghiari sono toccati in sorte un condottiero, Baldaccio Bruni, una Battaglia ed un annalista, Lorenzo Taglieschi.

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  BALDACCIO BRUNI

   BALDACCIO BRUNI

stemma-baldaccio

Il valoroso condottiero, al quale il paese ha dedicato la sua piazza principale, fu uomo capace e coraggioso.
Cittadino fiorentino già nel 1437 con tutti i privilegi connessi, nel 1439, quando era capitano generale delle fanterie di tutto lo Stato, denunciò Bartolomeo Orlandini per aver abbandonato il castello di Marradi davanti alle truppe del Piccinino.
Diventato gonfaloniere, l’Orlandini si vendicò dell’affronto in modo sanguinoso: il 6 Settembre 1441 convocò Baldaccio a Palazzo e lo fece uccidere a tradimento.

Lorenzo Taglieschi

“Fu assalito e ferito e gettato a terra dalle finestre nel cortile e subito così, quasi morto, gli fecio-no tagliar la testa a pie’ dell’uscio del capitano, su la piazza, e stettevi il corpo alquante hore…”.

Il “fattaccio” commosse tutta Firenze e lo stesso papa Eugenio IV provò dolore e sdegno per quell’efferato delitto, malamente ricoperto dall’accusa di tradimento, con la quale si uccideva due volte il valoroso Baldaccio d’Anghiari.

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Il valoroso condottiero, al quale il paese ha dedicato la sua piazza principale, fu uomo capace e coraggioso.
Cittadino fiorentino già nel 1437 con tutti i privilegi connessi, nel 1439, quando era capitano generale delle fanterie di tutto lo Stato, denunciò Bartolomeo Orlandini per aver abbandonato il castello di Marradi davanti alle truppe del Piccinino.
Diventato gonfaloniere, l’Orlandini si vendicò dell’affronto in modo sanguinoso: il 6 Settembre 1441 convocò Baldaccio a Palazzo e lo fece uccidere a tradimento.

Lorenzo Taglieschi

“Fu assalito e ferito e gettato a terra dalle finestre nel cortile e subito così, quasi morto, gli fecio-no tagliar la testa a pie’ dell’uscio del capitano, su la piazza, e stettevi il corpo alquante hore…”.

Il “fattaccio” commosse tutta Firenze e lo stesso papa Eugenio IV provò dolore e sdegno per quell’efferato delitto, malamente ricoperto dall’accusa di tradimento, con la quale si uccideva due volte il valoroso Baldaccio d’Anghiari.

LA BATTAGLIA DI ANGHIARI

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Vinta dai Fiorentini guidati da Michelotto Attendolo e Gian Paolo Orsini a danno dei Milanesi condotti da Niccolò Piccinino, il 29 giugno 1440. Malgrado la battagli non fù tra le più sanguinose  le sue ripercussioni politiche furono importantissime, al punto che i Fiorentini la celebrarono come una grande e decisiva vittoria.

Ma la battaglia sarebbe stata sicuramente dimenticata dalla storia se il grande Leonardo Da Vinci non l’avesse scelta, nel 1504, per il disegno su cartone che avrebbe dovuto abbellire la sala grande di Palazzo Vecchio.

Purtroppo la tecnica dell’encausto, usata malamente, fece sciogliere l’affresco  e nulla rimase di questa grande opera se non il ricordo del nome, un disegno del Rubens, ed un’opera, datata intorno al 1470 e attribuita al pittore Biagio di Antonio della scuola di Paolo Uccello, che si trova oggi alla National Gallery of Irland di Dublino.

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Vinta dai Fiorentini guidati da Michelotto Attendolo e Gian Paolo Orsini a danno dei Milanesi condotti da Niccolò Piccinino, il 29 giugno 1440. Malgrado la battagli non fù tra le più sanguinose  le sue ripercussioni politiche furono importantissime, al punto che i Fiorentini la celebrarono come una grande e decisiva vittoria.

Ma la battaglia sarebbe stata sicuramente dimenticata dalla storia se il grande Leonardo Da Vinci non l’avesse scelta, nel 1504, per il disegno su cartone che avrebbe dovuto abbellire la sala grande di Palazzo Vecchio.

Purtroppo la tecnica dell’encausto, usata malamente, fece sciogliere l’affresco  e nulla rimase di questa grande opera se non il ricordo del nome, un disegno del Rubens, ed un’opera, datata intorno al 1470 e attribuita al pittore Biagio di Antonio della scuola di Paolo Uccello, che si trova oggi alla National Gallery of Irland di Dublino.

  LORENZO TAGLIESCHI

   LORENZO TAGLIESCHI

Fra i personaggi legati ad Anghiari da un vincolo indissolubile c’è Lorenzo Taglieschi, la voce dei secoli remoti della storia del paese altotiberino, testimone oculare di avvenimenti di grande interesse storiografico e che vive attivamente la vita pubblica di Anghiari.

Lorenzo, nasce a Prato il 24 aprile 1598, ma vive ad Anghiari; non si sposa, non ha figli e con lui si estingue il nome dei Taglieschi ad Anghiari.
Per ordine del padre comincia nel 1615 a scrivere “le cose dei suoi tempi” e in due volumi raccoglie le “Memorie della terra d’Anghiari”, dalla sua fondazione sino al 1614. Scriverà numerosi altri manoscritti conservati in gran parte nell’Archivio Storico Comunale di Anghiari.
Il 20 luglio 1620 è nominato procuratore generale e sindaco apostolico del convento della Croce e poi ministro generale dei Minori Osservanti di Firenze. Nel 1629 è governatore della comunità.
Dopo un incarico di sei mesi come sindaco del vicariato e ragioniere del comune, viene eletto deputato della sanità nel periodo della peste (1630) e ricopre una serie di incarichi delicati e specifici, dimostrando grande capacità ed equilibrio.

Muore ad Anghiari il 9 marzo 1654.

Lorenzo non è uno storico, è piuttosto un cronachista, un raccoglitore attento di tutto ciò che riguarda il suo paese. Quanto più si avvicina ai suoi tempi, tanto più egli è preciso nel riferire i fatti, anche se continua ad essere un testimone di parte, quasi sempre accecato dall’amore per la sua terra e per gli anghiaresi che raramente ritiene colpevoli, ma quasi sempre vittime.

Il XVI ed il XVII secolo vedono Anghiari travagliata dalle guerre, dalle carestie, dai terremoti e dalle pestilenze. Fra queste merita un cenno quella del 1631-32 sia perché si ricollega alla peste descritta dal Manzoni nel suo famoso romanzo, sia perché Taglieschi ne fu testimone diretto.
Egli ricorda tutte le opere messe in atto per impedire la diffusione del morbo: i rastrelli alle porte, l’uccisione dei cani, la proibizione dei mercati; rammenta le messe, che venivano celebrate ai capi delle strade e i fedeli che partecipavano pregando dalle finestre.

Verso la fine del Settecento, in pieno clima illuministico e sotto la spinta delle riforme proposte dal Beccaria, abbiamo un’istanza di Ermenegildo Ducei alla comunità di Anghiari in favore dell’abolizione della pena di morte.

Dopo le vicende napoleoniche e quelle della Restaurazione, Anghiari vive attivamente le vicende risorgimentali.
C’è un vivace e combattivo circolo mazziniano ed un cospicuo numero di garibaldini, che affianca il generale nelle guerre per l’Unità d’Italia.
A Garibaldi gli Anghiaresi, primi fra i cittadini italiani, dedicano un monumento quindici mesi dopo la sua morte.

Con il plebiscito dell’11 e 12 marzo 1860 Anghiari vota la sua adesione alla monarchia dei Savoia.

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Il XVI ed il XVII secolo vedono Anghiari travagliata dalle guerre, dalle carestie, dai terremoti e dalle pestilenze. Fra queste merita un cenno quella del 1631-32 sia perché si ricollega alla peste descritta dal Manzoni nel suo famoso romanzo, sia perché Taglieschi ne fu testimone diretto.
Egli ricorda tutte le opere messe in atto per impedire la diffusione del morbo: i rastrelli alle porte, l’uccisione dei cani, la proibizione dei mercati; rammenta le messe, che venivano celebrate ai capi delle strade e i fedeli che partecipavano pregando dalle finestre.

Verso la fine del Settecento, in pieno clima illuministico e sotto la spinta delle riforme proposte dal Beccaria, abbiamo un’istanza di Ermenegildo Ducei alla comunità di Anghiari in favore dell’abolizione della pena di morte.

Dopo le vicende napoleoniche e quelle della Restaurazione, Anghiari vive attivamente le vicende risorgimentali.
C’è un vivace e combattivo circolo mazziniano ed un cospicuo numero di garibaldini, che affianca il generale nelle guerre per l’Unità d’Italia.
A Garibaldi gli Anghiaresi, primi fra i cittadini italiani, dedicano un monumento quindici mesi dopo la sua morte.

Con il plebiscito dell’11 e 12 marzo 1860 Anghiari vota la sua adesione alla monarchia dei Savoia.

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